Durante la seconda metà del Quattrocento, l’attenzione dei filosofi si spostò sull’uomo, favorendo una visione antropocentrica, sicché il suo operare nel mondo iniziò ad acquisire un nuovo significato. Un interesse che caratterizza questa particolare epoca sarà quello per i classici, la quale influenza si manifesterà nella creazione di due principali tendenze di pensiero: una che rimanda ad Aristotele, interpretandolo però in chiave naturalistica; l’altra che si richiama a Platone e ai neoplatonici (Plotino in particolare).
Tra le due assumerà un ruolo di maggior rilievo quella neoplatonica, a godere di una grande rinascita, dovuta sia a una forte polemica anti-aristotelica, che soleva dipingere Aristotele come un pensatore superato. La caduta di Costantinopoli nel 1453 fu, poi, uno dei fattori che contribuì ad aumentare l’immigrazione degli studiosi orientali. I filosofi rinascimentali erano caratterizzati dalla loro tendenza a far coincidere il platonismo e il neoplatonismo, particolarità tipica di tutto l’Umanesimo e il Rinascimento. Solo nel XIX secolo i filosofi sono stati in grado di differenziare il pensiero di Platone da quello di Plotino; infatti nel Quattrocento con il termine platonismo ci si riferiva ad una corrente filosofica complessa e variegata, che oltre a Platone includeva anche neoplatonici quali Agostino e Duns Scoto e tradizioni orfiche e pitagoriche. Lo stesso Aristotele vi era in fondo compreso; la polemica contro di lui era rivolta piuttosto contro il naturalismo e un certo modo di intendere l’aristotelismo, soprattutto quello scolastico, per il resto di Platone e Aristotele si ricercavano in modo particolare le analogie che le divergenze.
La riscoperta dei classici esprimeva, sì l’acquisizione degli antichi testi, ma anche una nuova chiave di lettura, ricostruendoli storicamente e di sottoponendoli ad un’analisi complessa e meticolosa. In questo modo si diffuse l’amore per la filologia, attitudine particolarmente evidente nell’attività di Lorenzo Valla. Va ricordato anche l’interesse per la pedagogia che puntava non ad un’educazione professionale, bensì a formare il giovane nella sua pienezza, grazie ad un equilibrato sviluppo di tutte le virtù umane, sia fisiche che spirituali, rendendo ogni individuo come un’opera d’arte, un tentativo compiuto di saper plasmare la propria vita come l’artista plasma la propria opera. Fu la superiorità delle tendenze ideali correlate appunto al neoplatonismo che portò a questa passione per la bellezza, per la perfezione. L’amore, la libertà, la sete di infinito, furono celebrati come valori assoluti, così come succederà nel Romanticismo. Il neoplatonismo, che originariamente si opponeva al naturalismo poiché quest’ultimo pareva trascurare il vero valore umano, elogiava la bellezza dell’Idea, che era contraria alla bellezza dei sensi, e poteva essere raggiunta soltanto attraverso il pensiero e i sensi più elevati. L’amore soprattutto veniva inteso in modo platonico come un mezzo per elevarsi alla perfezione e alla contemplazione di Dio. I valori che più si addicevano all’amore vero erano, dunque, la purezza e la spiritualità.
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Cultura culinaria
Nel Rinascimento il mangiare bene divenne una vera e propria arte; le vivande erano spesso arricchite da ingredienti costosi quali le spezie orientali e lo zucchero di canna, che arrivava a Venezia avvolto in foglie di Palma e che veniva impiegato anche per preziose sculture.
In questo periodo vennero importati numerosi prodotti provenienti dal Nuovo Mondo, fra cui mais, patate, pomodori, fagioli, riso e caffè.
Successivamente acquisì popolarità il commercio delle spezie; queste venivano utilizzate sia in cucina (per conservare alcuni prodotti o per alterarne il sapore) che in medicina.
Data la vicinanza al mare, la maggior parte dei piatti aveva a che fare con il pesce e spesso conteneva olio d’oliva, aceto, aglio e prezzemolo; fra i piatti più in voga vi erano il risotto al nero di seppia e le sarde in saor, ovvero sardine fritte e macerate con cipolla, uvetta e pinoli.


Architettura
Negli anni 1460-1470 si registrò a Venezia anche una svolta nell’architettura, con l’arrivo di architetti dall’entroterra e dalla Lombardia; fra questi si distinse Mauro Codussi, che portò in laguna uno stile rinascimentale rivisitato, visibile soprattutto nella chiesa di Santa Maria Formosa.
SANTA MARIA FORMOSA (INTERNO)
La chiesa della Purificazione di Maria, anche conosciuta come Santa Maria Formosa si trova nella città di Venezia, nel sestiere di Castello, ai confini del sestiere di San Marco. Secondo un’antica tradizione, essa venne eretta nel 639 da San Magno di Oderzo, cui era apparsa la Vergine dalla vaga forma che gli suggerì di costruire una chiesa proprio in quel luogo e dedicarla a lei. L’originale costruzione venne rivisitata nell’864 e, a seguito di un incendio, nel 1106. La chiesa, non essendo più in buone condizioni, venne ricostruita nel 1492 da Mauro Codussi seguendo lo stile del primo Rinascimento e mantenendo in parte l’antico impianto a croce greca sul quale costruì la pianta latina a tre navate, con presbiterio affiancato da due cappelle minori per lato, e grandi cappelle sui fianchi delle navate minori rese più luminose dalle grandi finestre bifore laterali con cui comunicano tra loro e con il transetto. Soprattutto all’interno dell’edificio, è evidente lo stile rinascimentale.
All’inizio della navata destra troviamo un battistero risalente al XVI secolo con sopra il dipinto della Circoncisione di Gesù, opera belliniana attribuita a Vincenzo Catena. Nella prima cappella vi è il Trittico di Bartolomeo Vivarini che rappresenta al centro la Vergine della Misericordia, a sinistra L’incontro tra Gioacchino e Anna e a destra La Nascita della Vergine. Sulla parete destra è collocato un Padre Eterno e angeli di Lazzaro Bastiani e su quella di fronte un piccolo bassorilievo con il Cristo morto. Nella seconda cappella, sopra un altare barocco, si trova la Madonna in Pietà e San Francesco D’ Assisi di Jacopo Negretti detto Palma il Giovane.
Sulla parete destra del transetto troviamo, sopra la bifora, l’Ultima cena opera di fine Rinascimento di Leandro Bassano.
Nella cappella della Scuola dei Bombardieri vi sono i dipinti rinascimentali che presentano la figura di Santa Barbara, Sant’Antonio abate e San Vincenzo Ferreri, San Sebastiano e San Giovanni Battista, nella cimasa è raffigurata una Pietà.
La struttura della Cappella Querini nell’abside a destra è marcata da colonne corinzie che alternano nicchie e finestre e contiene tre statue di Girolamo Campagna: da sinistra San Sebastiano, San Francesco e San Lorenzo Giustiniani della fine XVI secolo.
La Cappella della Scuola dei Casselleri o della Madonna del parto nell’abside a sinistra fu rifatta alla fine del XVI secolo per volere del Vescovo di Torcello, Antonio Grimani. Il catino a cassettoni è decorato con mosaici su disegno di Palma il Giovane: al centro lo Sposalizio di Maria e Giuseppe ed intorno figure di Profeti e Sibille. Sull’altare la Madonna del parto è un’opera anonima.

PALAZZO CORNER SPINELLI
Palazzo Corner Spinelli è un palazzo di Venezia, situato nel sestiere di San Marco e affacciato sul Canal Grande, di fronte a Palazzo Querini Dubois. Spesso viene definito il simbolo del passaggio dall’architettura gotica, predominante a Venezia fino al XV secolo, alle nuove linee rinascimentali, che, nello specifico, ricordano quelle della contemporanea Ca’ Vendramin Calergi.
Secondo tradizione il palazzo è attribuito a Mauro Codussi, ma studi recenti attribuiscono l’edificazione a maestranze, sì codussiane, ma non certo allo stesso Mauro. La casa fu voluta dalla famiglia Lando e venne edificata tra il 1480 e il 1490. Nel 1542 fu venduta alla famiglia Corner a causa della tragica condizione economica dei Lando. I Corner affidarono a Michele Sanmicheli e a Giorgio Vasari l’incarico di rimodernare l’interno dell’edificio. La facciata non subì modifiche, mentre fu ricostruita tutta la parte posteriore. Gli interventi relativi agli interni sono riconducibili al nuovo stile classico: colonne e archi a tutto sesto, oltre all’inserimento di camini nelle camere principali. Dal 1740 al 1810 la casa venne affittata alla famiglia Spinelli, poi acquistata dalla famiglia Cornoldi e nel 1850 dalla danzatrice Maria Taglioni.
Il palazzo presenta la facciata sul canale simmetrica, aperta ai piani nobili da quattro bifore a tutto sesto per piano e tagliata da marcapiani, che mettono in evidenza i tre livelli di cui l’edificio è composto. Le finestrelle a forma di pera sono uno degli elementi più particolari dell’architettura di questo edificio e dividono i due fori delle bifore e i poggioli trilobati di gusto goticizzante. Al piano terra la superficie esterna è impreziosita dal bugnato, con al centro un portale a tutto sesto. Internamente il palazzo conserva un caminetto del ‘500 realizzato da Jacopo Sansovino.
CA’ VENDRAMIN CALERGI
Palazzo Loredan Vendramin Calergi, anche detto più semplicemente Ca’ Vendramin Calergi, è un palazzo di Venezia, che si trova nel sestiere di Cannaregio e si affaccia sul Canal Grande tra Casa Volpi e Palazzo Marcello, di fronte a Palazzo Belloni Battagia e al Fontego del Megio. Il palazzo accoglie il Casinò di Venezia.
Nel corso delle differenti epoche questo edificio è stato attribuito a più architetti: Sante Lombardo, Mauro Codussi e maestranza codussiane. Il palazzo venne costruito su volere della famiglia Loredan nel 1481 e venne ultimato nel 1509, ma nel 1581 i Loredan si ritrovarono obbligati a vendere l’edificio al duca Eric II di Brunswick-Calenberg. In seguito il palazzo passò dal duca di Mantova Guglielmo Gonzaga ai Vendramin, alla famiglia della nobile Carolina di Borbone-Due Sicilie e infine al finanziere veneziano Giuseppe Volpi, conte di Misurata. Nel 1946 il palazzo passò al Comune di Venezia, che qui collocò la sede invernale del Casinò di Venezia.
Palazzo Vendramin presenta una delle più rappresentative facciate del Rinascimento veneziano. Il gioco architettonico crea un riuscito effetto per mezzo del contrasto di luci ed ombre. La facciata appare divisa in tre livelli da alcuni pronunciati marcapiani, sorretti a loro volta da semicolonne a ordini sovrapposti: dorico, ionico e corinzio. Cinque ampie bifore, dal ritmo diseguale danno alla struttura l’aspetto di una loggia a due piani. Il motto dei Cavalieri templari dell’Ordo Templi Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam (Non a noi, o Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria) è inciso sui pannelli sottodavanzale del basamento. Il palazzo ha anche un moderato giardino con vista sulle facciate antistanti, al quale si può accedere dal canale attraverso uno steccato i cui pilastri vantano due grandi statue al di sopra di essi. Sul lato posteriore il palazzo presenta una piccola corte, chiusa da una parte da un muro di cinta dove oltre a un raffinato ingresso a tutto sesto sovrastato da timpano e da stemma, esternamente è affissa una lapide in memoria della morte di Wagner, avvenuta fra le mura del palazzo.
Internamente il palazzo presenta, al pian terreno, un corridoio interno detto portego, che porta allo scalone. Gli antichi affreschi giorgionei che, un tempo, ornavano le pareti, oggi sono stati sostituiti da stucchi più recenti.
CA’ DARIO
Ca’ Dario è un palazzo veneziano, situato nel sestiere di Dorsoduro e affacciato direttamente sul Canal Grande. L’edificio gode di una certa fama per una serie di terrificanti episodi successi ad alcuni dei suoi proprietari. Per esempio, molti di questi si sono suicidati proprio qui e ciò ha fomentato una suggestione popolare che vede l’edificio come “maledetto”.
Dopo la morte di Giovanni Dario l’edificio passò nel 1494 alla figlia Marietta che, anni prima, aveva sposato il ricco Giacomo Barbaro, infine il palazzo fu venduto al commerciante armeno Arbit Abdoll.
Ca’ Dario è uno dei palazzi più caratteristici della città di Venezia. La facciata slanciata e asimmetrica è larga all’incirca una decina di metri e pende su un fianco a causa di un indebolimento della struttura. Essa presenta numerosi elementi dello stile rinascimentale, in contrasto con le altre facciate che mantengono lo stile gotico allora ancora diffuso a Venezia. È interamente decorata con marmi policromi e pietra d’Istria, alternati in ottanta medaglioni circolari. Il piano terra presenta due finestre monofore e un portale ad acqua, mentre ciascuno dei piani superiori una quadrifora e una monofora. L’interno dell’edificio è caratterizzato da un ampio atrio con vera da pozzo in marmo, da una scala marmorea finemente decorata che conduce ai piani nobili e da una fontana interna di chiara ispirazione orientale.
Il retro del palazzo, invece, che è dipinto di rosso, è affacciato direttamente su Campiello Barbaro.
Scultura
L’ARCO FOSCARI
Nelle vicinanze del celebre palazzo ducale, nei pressi di piazza San Marco, troviamo in seguito l’Arco dedicato al Doge Francesco Foscari. La sua costruzione fu avviata nella seconda metà del Quattrocento. L’arco presenta una particolare facciata barocca, e inoltre, esso può essere considerato un vero e proprio arco trionfale a tutto sesto. Infatti l’arco è edificato a fasce alterne costituite da pietra d’Istria e marmo rosso di Verona e, questa struttura è inoltre ornata da un orologio dorato.

L’arco è collegato alla Porta della Carta attraverso l’androne Foscari, da cui oggi, nel percorso di visita, si esce dal palazzo. Originariamente l’Arco era ornato dalle due magnifiche statue di gusto vagamente rinascimentale, dell’Adamo e l’Eva (ora conservate all’interno del Palazzo Ducale) dello scultore Antonio Rizzo.
MONUMENTO FUNEBRE AL DOGE PIETRO MOCENIGO
Realizzato da Pietro Lombardo coi figli Tullio e Antonio tra il 1477 e il 1481, il Monumento funebre del doge Pietro Mocenigo è posto nella basilica dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia ed esso è realizzato in pietra d’Istria.
Come si può intuire dal nome, esso è dedicato al doge Pietro Mocenigo, il quale aveva ottenuto una fortunata vittoria sui turchi in una campagna militare nell’Egeo, e il monumento a lui dedicato doveva essere una struttura che celebrasse un vero e proprio trionfo.
Si trattò di un’opera altamente innovativa, che a Venezia interruppe la tradizione trecentesca dei monumenti a baldacchino. Innovativa fu anche la posizione eretta e fiera del doge, il quale venne rappresentato invece come già risorto, allineato con la statua del Cristo sulla sommità.

Entro un’arcata fiancheggiata da nicchie con sei statue di giovani guerrieri in costume romano, tre figure di uomo reggono il sarcofago del doge, composto da una cassa coronata da una cornice arcuata con due piccole volute ai lati. La cassa è tripartita da bassorilievi: al centro una ghirlanda contiene l’iscrizione latina «ex hostium manubiis» (le prede belliche hanno finanziato il monumento) e ai lati sono raffigurate le imprese più famose del doge. Invece sulle testate possiamo trovare i santi Teodoro e Giorgio.
Sul sarcofago, in piedi, troviamo le statue a tutto tondo del doge armato, con la corazza d’acciaio sotto il mantello e di due paggi. Oltre l’arco che corona il sepolcro, decorato da rilievi vegetali, si trova un attico, decorato dal bassorilievo delle Marie al sepolcro e la Resurrezione di Cristo. Al di sopra di ciò, troviamo un timpano semicircolare, del tutto simile alla cornice del sepolcro, e altre tre statue del Cristo redentore tra due putti. Lo zoccolo della base è decorato da un fregi d’armi e due bassorilievi di Antonio Lombardo, raffiguranti due delle varie fatiche di Ercole, evidenti richiami mitologici al valore militare del doge.
Pittura
Nella prima metà del XV secolo in pittura, scultura e architettura si registrò un contemporaneo innesto di motivi tardo-gotici e bizantini, con finezze lineari e cromatiche dai tratti prevalentemente orientaleggianti. In questo contesto, l’umanesimo veneziano differiva da quello fiorentino: si lasciava ampio spazio ai testi politici e scientifici, fra i quali anche Aristotele, piuttosto che a quelli letterari come in Toscana. Il Rinascimento arrivò a Venezia soprattutto grazie alle influenze di Lombardia per quanto riguarda l’architettura e la scultura, e Padova per la pittura.
Queste influenze padovane si riscontrano nelle due botteghe veneziane più importanti del periodo: quella dei Vivarini e quella di Jacopo Bellini.
La prima aveva sede a Murano e riscosse ampia diffusione, soprattutto negli ambienti meno colti e della provincia dei centri minori dell’entroterra, scadendo talvolta anche in auto ripetizioni.
La committenza più raffinata si rivolgeva invece soprattutto alla bottega di Jacopo Bellini con applicazione la prospettiva, ma vera e propria svolta rinascimentale in pittura fu dovuta ai suoi due figli, Gentile e Giovanni Bellini, che raccolsero e misero pienamente a frutto l’esempio del cognato Andrea Mantegna.
GALLERIE DELL’ACCADEMIA
Le Gallerie dell’Accademia di Venezia, situate nel sestiere di Dorsoduro appena ai piedi del Ponte dell’Accademia, sono un museo statale, che raccoglie la migliore collezione di arte veneziana e veneta, legata ai dipinti del periodo che va dal XIV al XVIII secolo.
Tra i maggiori artisti rappresentati figurano Tintoretto, Tiziano, Giorgione, Giovanni Bellini, e Veronese. Vi si conservano anche altre forme d’arte come sculture e disegni, tra i quali il celeberrimo Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci.
Fondata nel 1750, l’Accademia di Belle Arti – cui le Gallerie devono il nome – possedeva un cospicuo numero di opere d’arte con finalità didattiche. Durante il regno italico del periodo napoleonico, numerosi decreti portarono alla chiusura di palazzi pubblici, monasteri e conventi, parrocchie ed edifici di culto. Gli oggetti d’arte che non presero la via della dispersione (molti finirono al principale museo del regno dopo il Louvre, Brera), vennero raccolti all’Accademia, con finalità essenzialmente didattiche per gli studenti d’arte. Dopo la fine del regno napoleonico e dopo i conflitti, le collezioni di dipinti vennero spostate e riorganizzate in una nuova sede – quella attuale -, raccogliendo principalmente i quadri secondo i periodi stilistici di appartenenza, tra i quali è particolarmente interessante quello rinascimentale.
La sezione rinascimentale comprende numerosi dei quadri più celebri di Giovanni Bellini, Tintoretto, Tiziano e persino Leonardo da Vinci.
La tavola rappresenta la Vergine Maria nelle tradizionali vesti blu e rosse, nell’atto di sorreggere il Bambin Gesù, seduto su un cuscino bianco e con lo sguardo rivolto verso l’alto. A sinistra si trova santa Caterina d’Alessandria, vestita d’un drappo rosso, a mani giunte e rivolta verso il Bambino, in atto di preghiera, mentre a destra, con sguardo devotamente assorto, è posizionata Maria Maddalena, anch’essa rivolta verso il Bambino, con le mani incrociate sul petto.
1506, Grigione.
Su uno sfondo scuro, dietro un parapetto, si vede una donna anziana ritratta a mezza figura di tre quarti. Essa guarda lo spettatore con un’intensa espressione di dolore e, dischiudendo la bocca, sembra rivolgergli delle parole, quelle che sono scritte sul cartiglio che tiene in mano: “Col tempo”. Si tratterebbe quindi di un’amara riflessione sulla vecchiaia, come portatrice di devastazione fisica. La donna indossa una berretta bianca floscia, che lascia scoperto un ciuffo di capelli grigi, e una veste rosata, oltre a un panno bianco con frange sull’orlo, appoggiato sulla spalla. Interessante è il gesto della mano destra, appoggiata al petto come durante il mea culpa.
1575 , Tiziano.
Sullo sfondo di un nicchione, la Madonna sorregge il Cristo, semisdraiato e sorretto anche da Nicodemo, prostrato; alla loro sinistra, in piedi, si trova la Maddalena, al vertice di un ideale triangolo. Ai lati della nicchia ci sono due statue, che rappresentano Mosè e la Sibilla Ellespontica, poggiate su pilastri scolpiti, con accanto una figura leonina che richiama San Marco. Una tela dai non colori, quasi per raccontare un artista che è alla fine della sua lunga vita: Tiziano, che morirà quasi centenario, vive il dubbio della fede, in una visione quasi tragicamente senza speranza. In basso a destra appare una tavoletta votiva, con Tiziano e suo figlio Orazio intenti a chiedere l’intercessione divina, per essere salvati dall’epidemia.
Il disegno illustra le proporzioni del corpo umano in forma geometrica ed è accompagnato da due testi esplicativi, nella parte superiore e nella parte inferiore della pagina, ispirati ad un passo di Vitruvio.
MUSEO CORRER
Il Museo Correr è un altro dei più rappresentativi musei della città di Venezia. Situato presso piazza San Marco, esso illustra, nelle variegate e ricche raccolte, l’arte, la civiltà e la storia di Venezia.
Fondato nel 1836, il museo si presenta come un lascito del patrizio veneziano Teodoro Correr, grande appassionato e collezionista d’arte, deceduto nel 1830, che dichiarò quale fosse il suo scopo nell’aprire questa galleria: rendere fruibile il suo patrimonio come museo. Alla sua morte egli donò alla città tutte le sue raccolte.
Il palazzo all’interno del quale si sviluppa la raccolta di opere è un monumentale edificio con diverse influenze stilistiche, varianti dal Napoleonico al Neoclassico; si potrebbe pertanto affermare che le opere pittoriche sono conservate in un’opera architettonica di eguale grandezza.
Tra i principali dipinti esposti in questo museo sono degne di nota 3 immagini in particolare: il Cristo morto sorretto da due angeli e la Trasfigurazione di Giovanni Bellini, e le Due dame veneziane di Vittore Carpaccio.
1460, Giovanni Bellini.
L’opera mostra il Cristo che si leva dal sepolcro scoperchiato, sorretto da due angeli e impostato sullo sfondo di un paesaggio che in lontananza mostra una strada attraversata da cavalieri e una città murata. L’opera è intonata a una drammaticità intensa che divenne una delle caratteristiche principali dell’arte di Bellini, trasfigurando il dramma divino in un sentimento accorato e malinconico. L’insistenza sui contorni e le ombre dure arrivano a richiamare i pittori della prima scuola ferrarese.
1455-1560, Giovanni Bellini.
Elia e Mosè si manifestano accanto a Gesù sul monte Tabor, mentre poco più in basso sono rimasti folgorati gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni.
Tutta la composizione è concepita secondo un moto ascendente, diviso dagli strati rocciosi, che culmina nella figura biancovestita di Cristo. Le figure sono inarcate nelle spalle.
Spiccano le linee spezzate e il segno asciutto e incisivo, nelle rocce come nei panneggi, con un’espressività cruda che andrà progressivamente attenuandosi nelle opere successive di Giovanni. Ne è un esempio il paesaggio che, soprattutto a sinistra, è già impostato a una maggiore dolcezza. Grazie infatti alla nuova enfasi posta sulla luce e il colore, la veduta è intenerita.
1490-1495, Vittorio Carpaccio.
Il dipinto è stato riconosciuto come la parte inferiore della tavola della Caccia in laguna, chiarendo l’iconografia di entrambe le parti. L’opera mostra infatti un brano di vita quotidiana, delle donne che aspettano sedute in una terrazza, mentre gli uomini sono a caccia in laguna. Il vaso che si vede a sinistra ha il fiore troncato, che si ritrova nell’altro pannello.
Le due dame, ritratte di profilo, sono di età diversa, una più giovane e una più matura, e sono riccamente abbigliate: nate per dare maggiore agilità ai movimenti del braccio, mettendo anche in mostra la preziosa camiciola sottostante, le maniche erano unite all’abito da lacci. Gli abiti sono sobriamente decorati da perle, portate dalle novelle spose in segno di castità: attorno al collo, delle delicate collane a filo unico decorano i colli delle due donne, mentre le acconciature sono simili, con i capelli raccolti parzialmente, lasciando alcune ciocche a circondare il viso. La donna più giovane tiene in mano un fazzoletto, simbolo di purezza durante l’era rinascimentale.
SCUOLA GRANDE DI SAN ROCCO
La Scuola Grande di San Rocco, nata inizialmente come una confraternita, è oggi un fondamentale centro di esposizione delle opere di alcuni dei maggiori rappresentanti del Rinascimento veneziano, tra cui sono privilegiati Tiziano e Tintoretto.
Suddetta Scuola nasce accanto alla chiesa di San Rocco, santo protettore dalle epidemie, in particolare dalla peste. È divisa in due sale, una sul piano inferiore e una su quello superiore, ognuna delle quali è a sua volta divisa in 3 navate. Completamente decorata da Tintoretto, si presenta quindi come una monumentale esposizione pittorica, dove le opere non sono soltanto dipinte su tele a parte, ma anche – e soprattutto – sui muri. Sicuramente spiccano 3 episodi delle Sacre Scritture, quali la Visitazione, il Battesimo e la Crocifissione.
La Visitazione rappresenta, con figure alquanto drammatiche, la visita di Maria, incinta di Gesù, ad Elisabetta, la quale è molto più anziana, miracolosamente incinta di San Giovanni Battista. Maria ed Elisabetta, inclinata sulla prima, occupano la parte centrale con delle vesti morbide e spaziose. I mariti sono in parte alle loro mogli: San Giuseppe è seduto sotto un albero mentre San Zaccaria è in piedi, leggermente inclinato mentre con le mani si appoggia ad un bastone. Il tutto in uno scenario pianeggiante con colori cangianti e diversi giochi chiaroscurali.
La scena si svolge nelle acque del fiume Giordano, dove San Giovanni e Gesù sono immersi. Si vede Gesù inginocchiato a ricevere il battesimo. È raffigurato con la luce nella schiena e attorno la testa ma non nel viso, ed ha indosso un panno bianco che lo copre dal bacino. Giovanni Battista, raffigurato con ombra e la croce posata sul braccio sinistro, è impegnato a versare l’acqua sulla testa di Gesù. Alla destra del dipinto si vede una parete rocciosa con delle persone che, attentamente, osservano la scena. Lungo la riva del fiume ci sono numerose persone, desiderose di farsi battezzare dal Battista, dietro le quali è possibile intravedere una vegetazione boscosa, mentre il cielo è avvolto da nuvole, lasciando in mezzo a queste piccoli spazi che lasciano passare dei raggi lucenti.
La tela, dalle spaventose misure di 5×12 metri, venne completata in poco più di un anno ed è dotata di una costruzione geometrica particolarmente studiata.
La costruzione prospettica si articola tramite il chiasmo: due linee diagonali convergono dal basso verso il centro e, al contrario (formando appunto il chiasmo), altre due linee diagonali risalgono dal centro verso lo spettatore.
La figura di Cristo è posta centralmente ma isolata, volendo sicuramente rappresentare la solitudine morale del suo destino e della sua morte, nonostante sia circondato da una folla di persone si muovono attorno al suo corpo continuamente. La Madonna, tra le diverse donne ai piedi della croce, sviene e si abbandona tra le braccia di alcune di loro. Nonostante il cielo sia plumbeo e completamente coperto come la mezzanotte, il terreno è luminoso di luce divina: il quadro è quindi una rappresentazione del momento della crocifissione del Cristo secondo la descrizione delle Sacre Scritture.
Il Rinascimento a Venezia
Altro che Firenze, la vera culla del Rinascimento fu Venezia. E’ questa l’affascinante tesi sostenuta dallo storico dell’arte Giovanni Carlo Federico Villa nel suo libro “Venezia. L’altro Rinascimento 1450-1581” (Einaudi), in cui riflette sul ruolo della Serenissima all’interno della cultura umanistico-scientifica d’Europa; ne descrive infatti la ricchezza artistica e culturale e perciò legata anche al guadagno: basti pensare alle invenzioni della partita doppia e delle prime catene di montaggio. Una vera e propria città-stato, fatta da commercianti e tipografi, produttori e artisti, politici ed eruditi, pensatori e condottieri.
In quegli anni l’arte a Venezia si emancipava dall’ultima eredità bizantina, proponendo prima la versione “italiana” di Giovanni Bellini e poi quella “europea” di Tiziano Vecellio.

Il Rinascimento veneziano fu perciò unico nel suo genere, “altro” rispetto a quello che andava fiorendo a Firenze e a Roma, andando a pescare non soltanto nell’ideale classico dei latini ma anche nell’antica Grecia e prestando al contempo attenzione a quel che accadeva nel Nord Europa, con l’arte fiamminga e danubiana. Mentre a Firenze si inventava la prospettiva, a Venezia già si parlava di tridimensionalità del colore. Come scrive Villa, quella veneziana non fu un’esigenza di rinascita, bensì di rinnovamento.
Venezia: dalle origini al Rinascimento

Sull’origine del termine “Venezia” si aprono varie ipotesi, delle quali due sono quelle più probabili; secondo la prima, esso deriva dal latino “Venetia”, ovvero la decima delle quattordici regioni italiane. Per la seconda, l’influenza sarebbe invece bizantina: il termine “Venetikà” indicava dapprima la fascia costiera da Chioggia a Grado e in un secondo tempo la laguna di Venezia.
Il territorio veneto, fin dal III – IV secolo d. C., fu invaso ripetutamente da Visigoti, Unni, Ostrogoti. Queste invasioni costrinsero gli abitanti dei territori veneti a trovare rifugio temporaneo sulle isole lagunari.
In seguito a ciò, nella seconda metà del VI secolo, i Bizantini ed i Longobardi siglarono un accordo, dividendo Venetia in due diverse zone: la Venetia Maritima sotto la giurisdizione dell’esarcato di Ravenna, mentre la Venetia interna integrata nel territorio longobardo; nel 751 la Venetia marittima cominciò poi ad acquistare una maggiore autonomia pur restando sotto il dominio bizantino.
Nel IX secolo la sede ducale fu trasferita da Malamocco a “Rivoalto” (l’attuale Rialto) per due ragioni fondamentali: sia perché era dotata di un sistema difensivo migliore sia perché vi fu trasferito il corpo dell’evangelista San Marco ( 828 ).
L’alleanza con il Sacro Romano Impero contribuì a rafforzare la presenza di Venezia nel commercio mediterraneo nel quale primeggiò per i forti rapporti e scambi instaurati con l’Oriente.
Durante il Quattrocento, il capo del governo veneziano era il doge, eletto a vita ma spesso era costretto a rinunciare alla carica quando i Veneziani dimostravano malcontento per il suo operato. Il primo doge fu Paolo Lucio Anafesto; fu affiancato prima da un’assemblea popolare e in seguito, dal 1172, dal Maggior Consiglio, un’assemblea aristocratica, che col passar degli anni assunse il ruolo di governo della città ed il doge fu relegato a svolgere una funzione esclusivamente rappresentativa. Col passare dei secoli, Venezia si trasformò in Repubblica e tale regime durò per oltre mille anni.
Dalla fine del Duecento alla seconda metà del Trecento il potere dell’oligarchia fu rafforzato ulteriormente, infatti fu bloccata ogni possibilità di ascesa sociale e l’oligarchia divenne una classe ereditaria.
Durante il Quattrocento Venezia si espanse sulla terraferma. Il doge Francesco Foscari con l’ausilio di truppe mercenarie lanciò un’offensiva non solo verso il territorio veneto e verso la regione lombarda. Venezia riuscì in questo modo ad ampliare notevolmente i confini del territorio sulla terraferma dal lago di Garda al fiume Adda e la città di Ravenna.
Nel Cinquecento Venezia raggiunse l’apice del suo splendore, sia per i fruttuosi traffici commerciali sia per la buona amministrazione della città. L’Italia in quel periodo, però, divenne preda della Francia e Venezia fu coinvolta in numerose guerre per scacciare i Francesi dalla Penisola.
Dalla seconda metà del Cinquecento Venezia, con lo spostamento dei traffici sull’Atlantico a seguito della scoperta dell’America, ebbe un forte calo economico, accentuato dal fatto che essa dovette fronteggiare il pericolo costante costituito dalla presenza dei turchi nel Mediterraneo. Venezia uscì stremata dalle continue guerre che dovette affrontare nel mediterraneo, infatti dal 1571 ( Battaglia di Lepanto ) al 1669 la città non ebbe mai tregua.
Il resto è storia.
Dove ci troviamo?
Venezia sorge sul livello del mare, in una laguna di 118 isolette consolidate su palafitte lignee ricoperte in pietra.
La parte storica della città si trova al centro della laguna ed è divisa in sei sestieri (Dorsoduro, Santa Croce, San Polo, San Marco, Cannaregio e Castello), che si articolano intorno al Canal Grande, la via d’acqua principale da cui si snoda una fitta rete di circa 150 canali minori.
Tra le isole maggiori del comune di Venezia ricordiamo Murano e Burano, celebri rispettivamente per la lavorazione del vetro e dei merletti, Torcello e la lunga e sottile isola del Lido con i suoi stabilimenti balneari.

Il nostro viaggio nella Venezia Rinascimentale
Percorreremo un viaggio alla scoperta dei principali luoghi protagonisti del Rinascimento italiano; scopriremo le bellezze architettoniche, pittoriche e culturali di uno dei più grandi musei a cielo aperto: Venezia.


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